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L'Ulivo? Già c'è, si chiama Partito Democratico Stampa
Martedì 24 Gennaio 2017

 

L’Ulivo esiste già, e si chiama Partito democratico. E’ sufficiente uno sguardo al simbolo per averne contezza: il ramoscello che fa capolino fra “Partito” e “Democratico” è lo stesso che adornava il simbolo della coalizione guidata da Romano Prodi nel 1996.

E proprio Prodi, il 27 ottobre 2007, quando per la prima volta si riunì a Milano l’Assemblea Costituente Nazionale del Pd, fu eletto presidente della nuova formazione politica nata dalla fusione dei Ds e della Margherita, cioè delle due principali forze politiche che avevano dato vita proprio all’Ulivo (la Margherita, com’è noto, era nata a sua volta nel 2001 dalla confluenza del Partito popolare, dei Democratici di Prodi e di Rinnovamento italiano, la formazione di Lamberto Dini).

Il Manifesto dei valori del Pd, approvato all’inizio del 2008, esplicitava l’origine del nuovo soggetto politico con queste parole: “Il Partito democratico rappresenta lo sviluppo e la realizzazione dell’Ulivo, come soggetto e progetto di centrosinistra nel quadro di un bipolarismo maturo”.

Ma, diversamente dall’Ulivo e soprattutto dall’Unione (l’alleanza elettorale che portò nel 2006 alla seconda vittoria di Prodi, salvo poi sfarinarsi in meno di dueanni), il Pd s’impegna fin dall’inizio nella “costruzione di un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario”.

Il Manifesto è una lettura tutt’ora attuale, e vale la pena soffermarcisi ancora un po’: “Il Partito democratico si presenta agli italiani come un partito aperto, uno spazio concreto di dialogo costruttivo e propositivo; un laboratorio di idee e di progetti, in cui le diverse storie politiche, culturali ed umane che sono venute a formarlo diventano fattore di arricchimento e fecondazione reciproca”.

Poco prima il Manifesto sottolineava che “nel Partito democratico confluiscono grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire un nuovo quadro politico di riferimento. […] Tuttavia il problema di oggi, se vogliamo far rivivere questo patrimonio, non è mettere insieme i resti di storie passate, ma elaborare una visione condivisa del mondo, costruendo su questa base il progetto di una nuova Italia”. Un’Italia, scrissero i fondadori del Pd, saldamente bipolare: “Nasce un partito che è determinato ad affrontare il nodo che sta soffocando il Paese: la mancanza di una democrazia forte, in grado di decidere”.

Dunque, ricapitolando: dieci anni dopo la nascita dell’Ulivo, il Pd nasce per dare forma e continuità politica a quell’esperienza, eliminandone tuttavia gli aspetti più critici (a cominciare dalla frammentazione esasperata), e ancorandosi saldamente nella democrazia del maggioritario, giudicata ormai un approdo irrinunciabile.

Perché dunque alcuni protagonisti di quella stagione, a cominciare da Prodi, l’indiscusso fondatore e leader storico tanto dell’Ulivo quanto del Pd, vagheggiano oggi un “ritorno all’Ulivo”? “L’esperienza del centrosinistra unito non è irripetibile”, ha infatti detto il Professore nei giorni scorsi fra gli applausi di Pier Luigi Bersani (“Penso che siano parole sacrosante e che sia l’ora, per chiunque la pensi così, di metterci impegno e generosità”), che già aveva annunciato di essersi messo alla ricerca di “un giovane Prodi”.

La politica italiana non è nuova a contorcimenti lessicali, impennate retrograde, manipolazioni semantiche e, più banalmente, solenni prese in giro.

Il silenzio di Matteo Renzi dopo la catastrofe referendaria ha riacceso le speranze dei suoi molti nemici, dentro e fuori il Pd, e la parola d’ordine del “ritorno all’Ulivo” sembra unificarne il campo.

Ma l’Ulivo cui pensano i suoi nostalgici somiglia molto al suo contrario, o per meglio dire allude a tutto ciò che ha contribuito al fallimento di quell’esperienza, e che è stato giustamente messo da parte proprio con la nascita del Pd: la frammentazione esasperata del quadro politico, il moltiplicarsi dei “cespugli”, le “coalizioni omnibus” che prendono i voti ma non riescono a governare, la debolezza di un leader sena partito prigioniero dei partiti che lo sostengono, una certa aria di proporzionale, le sante alleanze contro qualuno (ieri Berlusconi, oggi Grillo) anziché per il Paese, e una cronica, strutturale incapacità a decidere per via dei veti reciproci.

In altre parole, l’Ulivo cui pensano oggi i nemici di Renzi è, sic et simpliciter, la restaurazione dell’oligarchia partitocratica. Non proprio un passo avanti, onestamente.

Fabrizio Rondolino-L'Unità